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Congresso della
Società Italiana di Cardiologia
Roma, Dicembre 2007
I FARMACI GENERICI
I farmaci generici o equivalenti sono quei medicinali non più coperti da brevetto o da certificato di protezione complementare, che a differenza delle specialità medicinali vengono commercializzati direttamente con il norma del principio attivo. Per essere più precisi, ed evitare confusioni tra i possibili sinonimi, si utilizza la Denominazione Comune Internazionale, che è una contrazione del nome chimico, di solito troppo lungo, accettata da tutte le nazioni, seguita dal nome dell'azienda che produce il medicinale.
Esattamente come la specialità medicinale da cui derivano, i medicinali generici possono essere sia da banco e dunque acquistabili liberamente, che prescrivibili.
La procedura per ottenere l'autorizzazione all'immissione in commercio è abbreviata e richiede solo le prove di bioequivalenza alla specialità medicinale di riferimento. La bioequivalenza è un principio fondamentale poichè attesta che i due medicinali, quello registrato e il generico, hanno lo stesso comportamento terapeutico qualitativo e quantitativo.
Per legge, il medicinale generico deve avere un prezzo inferiore, al momento della sua immissione in commercio, di almeno il 20% del prezzo della specialità di riferimento. Scaduto il brevetto sul principio attivo, difatti, i medicinali che lo contengono possono essere prodotti e venduti anche da altre aziende farmaceutiche. In questo caso, poichè non ci sono spese di ricerca da recuperare, il prezzo del medicinale deve essere più basso.
Nel caso in cui è scaduto il brevetto di un farmaco ed esistano già in commercio generici corrispondenti, il Servizio Sanitario Nazionale rimborsa la specialità medicinale di riferimento solo per un importo pari al prezzo più basso del medicinale equivalente in commercio. La legge stabilisce inoltre che il farmacista deve informare il cittadino sulla possibilità di sostituire il medicinale prescritto dal medico con il generico corrispondente, qualora disponibile in commercio, e prevede la facoltà per lo stesso farmacista di sostituire il medicinale prescritto dal medico con il generico corrispondente.
Tale facoltà del farmacista viene meno solo nel caso in cui il medico apponga sulla ricetta l'indicazione "non sostituibile". Il cittadino è libero di non accettare la proposta di sostituzione effettuata dal farmacista. In tal caso, la differenza tra il prezzo del medicinale prescritto e quello del generico corrispondente sarà a suo carico.
Farmaci Generici: Cosa sono?
Sono farmaci identici nella
composizione, nella forma farmaceutica e nelle indicazioni terapeutiche alla specialità
di riferimento, ma sono identificati direttamente dal nome del principio attivo, seguito
dal nome del produttore. I
generici vengono immessi in commercio con l'obiettivo di contenere la spesa farmaceutica,
infatti, il loro costo non deve servire a remunerare la spese per la ricerca scientifica e
neanche l'attività di promozione del farmaco standard.
Il Ministero della Sanità
accerta che il prodotto generico assicuri la stessa bioequivalenza della specialità di
riferimento. Ciononostante, soprattutto da parte delle ditte farmaceutiche multinazionali,
sono state sollevate riserve sulla possibilità data al farmacista di sostituire una
specialità con il corrispondente generico, invocando insufficienti garanzie della prove
di bioequivalenza.
L'
O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha definito intercambiabili i medicinali
aventi la stessa composizione qualitativa e quantitativa in termini di principio attivo,
forma farmaceutica e via di somministrazione. Secondo l'OMS il generico può essere
definito come un medicinale intercambiabile con il prodotto standard e quindi
necessariamente bio-equivalente a questo che viene commercializzato dopo la scadenza del
brevetto.
E
sicuramente importante precisare che erroneamente i farmaci generici sono talvolta
presentati come farmaci uguali a quelli di marchio già commercializzato.
In
realtà i farmaci generici non sono mai perfettamente uguali al prodotto che imitano ma
sono considerati essenzialmente simili a questo. Una specialità medicinale è
considerata simile ad un'altro prodotto se ha la stessa composizione qualitativa e
quantitativa in termini di principio attivo, se è nella stessa forma farmaceutica
(compresse, capsule...) e se è stata dimostrata la bioequivalenza con il prodotto
standard di riferimento.
Le
materie prime, principio attivo ed eccipienti, utilizzate per formulare e produrre un
generico devono rispettare parametri di qualità previsti per legge e inoltre occorre
ricordare che una stessa forma farmaceutica (ad esempio le compresse) può essere prodotta
scegliendo un'ampia gamma di principi attivi ed usando differenti tecnologie di
produzione.
Un
farmaco generico e il suo standard di riferimento possono essere considerati simili se le
differenze di biodisponibilità che inevitabilmente esistono tra i due prodotti non
superano un certo intervallo ritenuto compatibile con l'equivalenza terapeutica. In merito
a tale intervallo è possibile esprimere due considerazioni: l'intervallo di
bioequivalenza potrebbe essere troppo ampio e soprattutto, non differenziato per categorie
terapeutiche e, l'intervallo di bioequivalenza potrebbe essere troppo stretto, in alcuni
casi, tanto da portare ad escludere, in base ai risultati dei test di bioequivalenza, che
due prodotti siano terapeuticamente equivalenti.
È vero che per alcuni
farmaci possono esserci differenze di bioequivalenza da un prodotto commerciale ad un
altro, ma questo può verificarsi anche tra due diverse specialità di marca. Soprattutto
in alcuni casi (per esempio digitalici) è importante che il medico non passi facilmente
da un prodotto ad un altro (generico o meno) in un singolo soggetto.
Una formulazione da testare
ed una formulazione standard di riferimento sono definite bioequivalenti se si può
determinare, con un buon livello di confidenza, che la differenza tra le loro
biodisponibilità rientri in un intervallo predefinito come "intervallo
accettabile" di bioequivalenza, convenzionalmente ritenuto compatibile con
l'equivalenza terapeutica.
In pratica, i test di
bioequivalenza consistono nel dimostrare che le differenze di biodisponibilità, che
inevitabilmente esistono tra due prodotti essenzialmente simili, non superino un certo
intervallo di variazione.
Con un sostanziale accordo
internazionale, si è individuato l'intervallo accettabile di bioequivalenza adeguato a
confrontare la biodisponibilità del prodotto test con quella del prodotto standard. Tale
intervallo è fissato nel range 0,80-1,25, quando si considera la media dei rapporti
individuali tra la AUC della formulazione assoggettata a test e quella della formulazione
di riferimento. Il valore ± 20% è stato scelto perché i fenomeni biologici sono
variabili, infatti due unità posologiche dello stesso farmaco, somministrate a due
differenti soggetti o in diversi momenti, danno curve di biodisponibilità differenti
entro un range del ± 20%.
L'intervallo di
bioequivalenza è uno standard stabilito convenzionalmente avendo presente soprattutto la
variabilità del comportamento in vivo della formulazione piuttosto che la
variabilità della risposta terapeutica nella popolazione dei pazienti.
Un intervallo di bioequivalenza così ampio e, soprattutto, non differenziato per categoria terapeutica e per classe farmacologica, tende a trascurare le altre variabili farmacologiche e cliniche che possono incidere significativamente sull'equivalenza terapeutica di due prodotti e potrebbe essere talvolta inadeguato a garantire con sufficiente affidabilità che due prodotti giudicati bioequivalenti siano anche terapeuticamente equivalenti quando usati in una popolazione reale di pazienti. Almeno per alcuni farmaci aventi un indice terapeutico modesto, l'intervallo convenzionale di bioequivalenza potrebbe essere troppo ampio e quindi inadeguato a garantire con sufficiente affidabilità che due prodotti bioequivalenti siano anche terapeuticamente equivalenti.
INTERVISTA
AL PROF. GIUSEPPE MERCURO
Università di Cagliari
accertati tramite analisi
chimico-farmaceutiche) delloriginatore e sia ad esso bioequivalente, laddove il test
di bioequivalenza è richiesto.
Due farmaci sono
bioequivalenti quando hanno una biodisponibilità (quantità, concentrazioni e tempo di
permanenza del farmaco nel sangue) comparabile e quindi una comparabile potenzialità di
esplicare leffetto terapeutico voluto. La
bioequivalenza è un test clinico surrogato dellequivalenza terapeutica ed accettato
internazionalmente e, nella maggior parte dei casi, sufficiente per la registrazione di un
generico. Esistono, è vero, casi in cui, per il particolare tipo di via di
somministrazione o di forma farmaceutica o combinazioni delle due, le prove di
bioequivalenza non sono richieste in quanto non significative, ma questi casi sono ben
catalogati dalle linee guida e comunque lequivalenza terapeutica è bene assicurata
dalla equivalenza chimico-farmaceutica.
La bioequivalenza intesa come
equivalenza di biodisponibilità, così come viene valutata per la maggior parte dei
farmaci, non è una proprietà transitiva. In altre parole se il prodotto A è
bioequivalente al prodotto R ed il prodotto B è bioequivalente al prodotto R, non ne
discende necessariamente che il prodotto A sia bioequivalente a B, in quanto esistono
delle tolleranze nelle differenze fra prodotti a confronto. Da questa considerazione,
nasce la necessità sentita da medici di disporre di informazioni scientifiche chiare e
autorevoli sui prodotti generici prima di decidere la sostituzione di un farmaco
collaudato da oltre 20 anni.
La normativa vigente
stabilisce che i generici debbano avere "la stessa composizione quali-quantitativa in
principi attivi, la stessa forma farmaceutica e le stesse indicazioni terapeutiche.".
La normativa non prevede la composizione degli eccipienti. Il problema non è irrilevante,
soprattutto per quanto riguarda forme farmaceutiche quali i granulati, le soluzioni orali,
le compresse, le capsule, le preparazioni dermatologiche. E non si tratta solo di
problematiche legate al rilascio del principio attivo, ma anche di problemi di allergia o
di generica intolleranza ai diversi tipi di sostanza. L'aumentata diffusione di patologie
che impongono restrizioni alimentari o di evitare determinate sostanze, ha fatto sì che
si presti sempre più attenzione a questo problema. In base alla vigente normativa attuale
è certamente possibile che due farmaci, pur essendo tra loro bioequivalenti dal punto di
vista del principio attivo, possano presentare invece differenze e problemi notevoli per
quanto riguarda la composizione dei loro eccipienti. E' dunque comprensibile la diffidenza
che molti medici hanno verso i farmaci generici e verso la possibilità di sostituzione
indifferenziata dei farmaci stessi tra di loro.
Gli
equivalenti generici sono stati introdotti in commercio con lobiettivo di tenere
sotto controllo la spesa farmaceutica. Vi sono, tuttavia, dei rischi associabili ad una
spinta eccessiva alla riduzione dei prezzi?
Il medico deve sempre tenere
presente che è necessario che il costo non vada a discapito della qualità, il che è
inaccettabile trattandosi di un bene di particolare valenza quale è il farmaco. Questo è
obiettivamente un rischio nel caso di una eccessiva spinta al ribasso, lasciata alle pure
logiche del mercato e della distribuzione. Al contrario occorrerebbe incentivare i
produttori di generici a perseguire linnovatività tecnologica anziché rincorrere i
prezzi.
INTERVISTA AL PROF. GIUSEPPE ROSANO
Vice Chairman - S.A.G. Cardiovascular - European Medicine Evaluation Agency (EMEA)
E opportuno
sottolineare, tuttavia, il fatto che la stessa area sotto la
curva di bioequivalenza può essere ottenuta con curve differenti e quindi per farmaci
cardiovascolari come i beta-bloccanti o i calcio-antagonisti il fatto che non ci sia un
rilascio adeguatamente controllato del farmaco può causare un eccessivo assorbimento
iniziale e un minore effetto a distanza dallassunzione. Alcuni beta-bloccanti
generici, ad esempio, pur avendo una bioequivalenza simile a quella dei composti
originatori, possono causare bradicardia marcata e ipotensione nelle ore immediatamente
successive allassunzione per poi mostrare uno scarso effetto beta-bloccante.
La
bioequivalenza è un parametro utilizzato per valutare efficacia e qualità del generico
rispetto alla specialità di riferimento. La dimostrazione della bioequivalenza è il
metodo comprovato per accertare la similitudine d'efficacia terapeutica di due o più
prodotti medicinali. E controllata da precise norme internazionali dettate dall'EMEA
(Agenzia Europea per la Valutazione dei Medicinali)
e dalla FDA americana alle quali aderisce anche la legge italiana. La bioequivalenza di
due specialità medicinali consiste nell'equivalenza di biodisponibilità. Quest'ultima è
la misura della quantità di farmaco rilasciata nel sangue e della sua velocità di
rilascio: la risposta terapeutica è proporzionale alla quantità di principio attivo che
raggiunge il sito d'azione.
I test di bioequivalenza
attuali consentono di stimare una bioequivalenza media di popolazione, e non una
bioequivalenza individuale. La stima della bioequivalenza media non valuta l'equivalenza
della risposta alle due formuazioni (generico e brand) nei singoli soggetti. Due
formulazioni possono essere considerate bioequivalenti per una popolazione se, oltre al
valore medio dei parametri di biodisponibilità, anche le loro distribuzioni attorno alle
medie sono sufficientemente simili. Le AUC o le Cmax di due formulazioni possono avere un
valore medio sufficientemente simile, ma una varianza significativamente differente. In
tal caso le due formulazioni non sono equivalenti per la popolazione perché le
distribuzioni delle loro biodisponibilità sono significativamente differenti. Dimostrare la bioequivalenza di popolazione assume
una significativa importanza per assicurare il medico che può attendersi un risultato
terapeutico mediamente equivalente nella popolazione dei suoi pazienti, se inizia un nuovo
trattamento con un farmaco generico piuttosto che con il prodotto brand.
Qual è la
trasferibilità degli studi condotti sui farmaci generici al singolo individuo?
La bioequivalenza di
popolazione fornisce solo unindicazione circa la probabilità che la risposta del
singolo paziente a due formulazioni sia equivalente. La biodisponibilità individuale si
configura invece come il criterio fondamentale per poter applicare la norma della
sostituibilità tra formulazioni nel corso di un trattamento in atto, senza pregiudicare
il profilo terapeutico e di sicurezza ottenuti con la prima formulazione.
Per la scarsa numerosità dei
soggetti testati, oltre che dalle intrinseche caratteristiche dei diversi farmaci (che
possono presentare variazioni inter e intra-individuali rilevantissime), i limiti di
confidenza sono di solito assai ampi. Questo
significa che a livello di singolo le differenze tra originale e generico probando possono
essere non del 45%, come per la popolazione, ma di ordini di grandezza molto superiori.
E evidente che nel caso di farmaci dalla finestra terapeutica ristretta, come il
caso di alcuni famaci cardiologici, le conseguenze biologiche e terapeutiche o tossiche
possono essere assai rilevanti. Un secondo
problema consiste nel fatto che i test di bioequivalenza sono fatti tra il singolo
prodotto generico ed il prodotto brand. Questa situazione non garantisce che due o più
generici dello stesso brand siano tra loro bioequivalenti. Per esempio, supponendo che un
generico abbia una biodisponibilità (AUC)+15% ed un secondo generico una
biodisponibilità 15%; entrambi sono bioequivalenti rispetto allo standard che
imitano, ma non sono tra loro bioequivalenti.
Senzaltro è una misura
valida per scoprire eventuali sofisticazioni o adulterazioni, ad esempio nel caso di copie
illegali o semplicemente nel caso di prodotti di scadente qualità farmaceutica. Quindi i
controlli sul mercato sono uniniziativa utile, ma come tutti i controlli a
posteriori non possono eliminare i problemi. Per
questo è importante che le prove di bioequivalenza siano effettivamente espletate secondo
le buone pratiche previste dalla normativa e che, oltre ad una valutazione attenta della
documentazione di registrazione, le agenzie regolatorie possano attuare un attento
controllo a livello ispettivo per verificare che la qualità del prodotto corrisponda alla
realtà produttiva industriale. A tal proposito va sottolineato che attualmente il servizio farmaceutico dell'ISS e dell'AIFA conducono site
visits proprio per valutare la qualità.
LE LINEE GUIDA DELL'IPERTENSIONE ARTERIOSA NICE
Elaborate
congiuntamente alla British
Hypertension Society,
le linee guida
hanno un notevole rilievo perché contengono importanti
cambiamenti nella terapia dellipertensione.
Punto saliente della
revisione è la modifica dellalgoritmo
AB/CD con leliminazione della presenza dei beta-bloccanti per i pazienti con
ipertensione non complicata.
Il nuovo algoritmo terapeutico prevede quindi che:
·
La terapia iniziale di prima scelta in pazienti ipertesi di età >= 55 anni, o nei pazienti di colore di
qualunque età, dovrebbe essere un
calcio-antagonista o un diuretico tiazidico
·
La terapia iniziale di prima scelta in pazienti ipertesi di età < 55 anni dovrebbe essere un
ACE-inibitore.
·
Se la terapia iniziale è
costituita da un calcio-antagonista o da un
diuretico tiazidico ed è necessario associare un secondo farmaco, questo dovrebbe essere
un ACE-inibitore. Se, invece, la terapia iniziale è con un ACE-inibitore, dovrebbe essere
associato un calcio-antagonista o un
diuretico tiazidico
·
Se
è necessaria una terapia costituita anche da un terzo farmaco, la combinazione dovrebbe
essere costituita da un ACE-inibitore, un calcio-antagonista
e un diuretico tiazidico
·
In
caso fosse necessario associare anche un quarto farmaco, a discrezione del medico
curante, dovrebbe essere presa in considerazione una delle seguenti opzioni: una dose più
elevata di diuretico tiazidico, un beta-bloccante, o un alfa-bloccante selettivo.
·
I
beta-bloccanti non sono una terapia iniziale di scelta per il trattamento
dellipertensione. Possono comunque essere
presi ancora in considerazione nei pazienti più giovani, particolarmente in quelli con
intolleranza agli ACE-inibitori o per i quali sussiste controindicazione agli
ACE-inibitori o ai sartani, in donne a rischio potenziale di gravidanza, in pazienti con
evidenza di aumentata attività del sistema simpatico
·
Nel caso in cui un
beta-bloccante venga sospeso, si dovrebbe diminuire gradualmente il dosaggio. I
beta-bloccanti non dovrebbero essere sospesi in pazienti con indicazioni assolute per
essi, come quelli con pregresso infarto del miocardio o angina sintomatica.
Ma
come si è giunti a una revisione così profonda delle precedenti raccomandazioni?
Gli esperti britannici hanno
preso questa rivoluzionaria decisione dopo aver condotto una meta-analisi di 20 studi
clinici e dopo aver incluso le evidenze cliniche acquisite dopo il 2004 confrontando le
differenti classi di antiipertensivi.
Come sottolineato dal Prof.
Peter Littlejohns, Direttore del NICE e Responsabile delle Linee Guida, è
decisamente inusuale che il NICE modifichi le raccomandazioni prima della data prevista,
ma ciò si è reso questa volta necessario per lipertensione arteriosa visto che in
pochissimo tempo sono stati pubblicati significativi dati scientifici.
In particolare, i membri
della commissione inglese hanno riscontrato che i beta-bloccanti
sono risultati generalmente meno efficaci rispetto al farmaco di confronto nella riduzione
degli eventi cardiovascolari maggiori e in particolare dellictus.
Nel documento viene
sottolineato che latenololo è il
beta-bloccante più frequentemente usato nella maggior parte degli studi esaminati, e
perciò, in assenza di dati relativi agli altri agenti di questa classe il NICE ha escluso
la classe di farmaci nella sua totalità tra quelli da considerare di prima scelta per
lipertensione.
Per quanto riguarda gli
ACE-inibitori e gli antagonisti del recettore dellAngiotensina II (sartani), gli
esperti anglosassoni affermano che le due classi sono strettamente correlate e dovrebbero
pertanto essere considerate equivalenti in
termini di efficacia. Purtroppo, considerazioni di ordine economico dovrebbero in prima
battuta far preferire gli ACE-inibitori ai sartani vista la differenza di costo.
Degna
di nota è sicuramente linnovativa affermazione del panel di esperti che le evidenze hanno ormai
chiaramente dimostrato che i calcio-antagonisti o i diuretici tiazidici sono le classi di
farmaci che conferiscono il maggior beneficio come trattamento di prima scelta per la
maggior parte dei pazienti, soprattutto se di età
superiore a 55 anni.
Qualche incertezza, invece,
avvolge ancora la definizione della terapia ottimale per i pazienti più giovani, al di
sotto dei 55 anni, che finora sono stati oggetto meno di frequente degli studi clinici
sullipertensione.
In base allentità
della riduzione della pressione arteriosa, sembrerebbe
essere favorita la terapia iniziale con un beta-bloccante o un ACE-inibitore,
rispetto a un calcio-antagonista o un diuretico tiazidico. Ma posta la minore validità
delle evidenze a favore dei beta-bloccanti che sono state già prese in considerazione, la scelta farmacologica più indicata per i pazienti con
età inferiore a 55 anni resta la terapia iniziale con un ACE-inibitore (o un sartano) se
il primo non è tollerato.
A proposito della terapia di
combinazione, le linee guida ricordano come molti
pazienti possono necessitare di più di un farmaco in associazione per raggiungere un
adeguato controllo pressorio.
Un razionale fisiopatologico
suggerisce che laggiunta di un
ACE-inibitore a un calcio-antagonista o a un diuretico (o al contrario la
combinazione di un calcio-antagonista o un
diuretico ad un ACE-inibitore nei pazienti più giovani) appaiono al momento le
associazioni migliori. In più, tali combinazioni sono quelle più utilizzate nei trial
clinici e anche la pratica corrente suggerisce
che la scelta terapeutica più frequente per un adeguato controllo pressorio è la
combinazione delle tre classi di farmaci principali (ACE-inibitore, calcio-antagonista, diuretico tiazidico).
Unultima importante
annotazione delle Linee Guida NICE è di ordine farmaco-economico.
Sulla base delle evidenze di
molti trial di outcome di recente pubblicazione, è ormai accertato che la
contemporanea assunzione di beta-bloccanti e diuretici aumenta l'incidenza di diabete
mellito tipo II e quindi comporta un maggior aggravio per la spesa sanitaria complessiva.
In base a queste considerazioni, i
calcio-antagonisti sembrano avere un profilo farmacoeconomico più favorevole nelle
popolazioni di pazienti con età superiore a 55 anni che sono quelli più studiati nei
grandi trial di intervento farmacologico e che più frequentemente risultano ipertesi
nella pratica clinica.
1° Farmaco
antiipertensivo
2° Farmaco
antiipertensivo
3° farmaco
4° farmaco
LE NOVITA' DELLE LINEE GUIDA EUROPEE 2007 SULL'IPERTENSIONE ARTERIOSA
Terapia di combinazione di prima scelta, riduzione dei valori
pressori target, valutazione del rischio cardiovascolare globale, impiego dei
diuretici solo in seconda battuta e trattamento antiipertensivo nella sindrome metabolica.
Sono questi i punti cruciali delle nuove linee guida
sullipertensione arteriosa pubblicate congiuntamente dalla European Society of Hypertension e dalla European Society of Cardiology.
Le linee guida europee
del
Il primo punto affrontato riguarda i
livelli pressori target di 140/90 mm Hg.
Il beneficio assicurato da una terapia
antiipertensiva ha affermato Mancia è in primo luogo determinato dalla
riduzione della pressione arteriosa di per sé piuttosto che dalla scelta del farmaco. A
dimostrarlo vi sono i risultati dello studio Blood
Pressure Lowering Treatment Trialists' Collaboration e del trial VALUE (Valsartan Antihypertensive Long-term Use Evaluation),
nel quale i pazienti randomizzati ad amlodipina piuttosto che a valsartan hanno raggiunto
valori pressori di
Le nuove linee guida affermano poi che si deve dare più spazio
alla terapia di associazione.
Ulteriori evidenze a sostegno di tale scelta ha
ricordato Mancia sono proprio di recente emerse dal trial ASCOT (Anglo-Scandinavian Cardiac Outcomes Trial), nel
quale circa il 90% dei pazienti, tutti ad alto rischio, sono stati trattati con una
combinazione di farmaci per poter raggiungere i valori pressori target.
Per quanto riguarda il rischio cardiovascolare totale, le nuove
linee guida richiamano lattenzione dei medici alla necessità di quantificare
periodicamente il danno dorgano eventuale.
La stratificazione del
rischio cardiovascolare globale, in associazione alla stratificazione sulla base
dellentità dei valori pressori, viene infatti considerata un elemento di grande
importanza. A tale proposito, la presenza di danno dorgano, sia pure a livello
subclinico, influenza la prognosi cardiovascolare anche indipendentemente dagli altri
fattori di rischio. Il danno dorgano deve essere adeguatamente valutato a livello
cardiaco (ipertrofia cardiaca a geometria concentrica), renale (albuminuria, proteinuria e
clearance della creatinina calcolata), vascolare (rapporto intima/media nello spessore
della parete carotidea, indice caviglia/braccio e pulse
wave velocity per la valutazione della rigidità arteriosa) e fondo dellocchio
(retinopatia solo nei pazienti con ipertensione grave).
I risultati del trial VALUE ha ricordato Mancia
hanno dimostrato che lincidenza di infarto miocardico si riduce più con
amlodipina che con valsartan, e più in
generale i risultati di tanti studi e meta-analisi sono ormai univoci nel dimostrare
lefficacia e la sicurezza duso dei calcio-antagonisti nei pazienti con
ipertensione arteriosa.
Vera novità delle linee guida 2007 è costituita dallo spazio
dedicato allimpatto metabolico dei farmaci antiipertensivi.
Linsorgenza di diabete mellito in corso di
terapia ha concluso Mancia si verifica meno frequentemente con i
calcio-antagonisti e i bloccanti del sistema renina-angiotensina-aldosterone rispetto ai
diuretici e ai betabloccanti e pertanto queste due classi dovranno essere evitate nei
pazienti con sindrome metabolica.
Il
significato prognostico della rigidità arteriosa introdotto
La
rigidità arteriosa può essere calcolata in base alle variazioni del calibro arterioso
rispetto alle variazioni della pressione arteriosa durante il ciclo cardiaco, un metodo
complicato e non applicabile alla pratica clinica. Al contrario, la misura della velocità
di propagazione dellonda sfigmica (pulse
wave velocity, PWV) dallarteria carotide alla femorale con la tonometria
arteriosa rappresenta una procedura semplice e accurata per la valutazione non invasiva
della rigidità arteriosa aortica e quindi centrale.
Nei
pazienti ipertesi la rigidità arteriosa e in parte gli indici di riflessione periferica
dellonda sfigmica e la pressione centrale hanno un valore predittivo indipendente di
mortalità cardiovascolare. Per questo motivo, le recenti linee guida europee hanno
inserito laumentata pulse wave velocity
carotido-femorale nella valutazione del danno dorgano.
Recenti
evidenze scientifiche indicano difatti che la riduzione della pressione arteriosa centrale
potrebbe rappresentare un importante parametro per lottimizzazione della terapia
cardiovascolare.
In
particolare, i risultati dello studio CAFE (Conduit
Artery Functional Endpoint) pubblicati nel 2006 (Circulation 2006; 113: 1213) hanno
dimostrato sia che la pressione arteriosa centrale è un determinante significativo degli
eventi cardiovascolari, sia che anche quando sembrano avere un simile impatto sulla
pressione arteriosa brachiale, i farmaci antiipertensivi possono avere effetti
sostanzialmente differenti sulla pressione aortica centrale. Nel trial, in particolare, un
regime a base di amlodipina è risultato ridurre maggiormente la pressione centrale
rispetto al trattamento combinato beta-bloccante e diuretico e questo ha determinato una
riduzione del 16% degli eventi cardiovascolari.
IL TRIAL ASCOT
La
terapia combinata con amlodipina e atorvastatina riduce della metà lincidenza di
attacchi cardiaci e di ictus nei pazienti con ipertensione arteriosa.
Di
più, combinando attraverso unavanzata analisi statistica tali eccezionali risultati
con quelli già dimostrati da atorvastatina sugli stessi soggetti, si giunge alla
conclusione che la terapia associata potrebbe consentire una riduzione degli eventi
coronarici quasi della metà e di ictus di più del 40%.
E
quanto dimostrato per la prima volta il più grande studio mai condotto in Europa
sullipertensione arteriosa, l Anglo-Scandinavian Cardiac Outcomes Trial
(ASCOT).
I
risultati definitivi relativi al braccio ipertensione sono stati pubblicati sulla
prestigiosa rivista internazionale The Lancet
nel
2005 (Lancet
2005; 366: 895-906).
Il
trial ASCOT ha incluso oltre 19.000 uomini e donne con ipertensione arteriosa con un
rischio moderato di attacco cardiaco e ictus.
Come
terapia antiipertensiva, i pazienti hanno ricevuto o farmaci moderni, come il
calcioantagonista di terza generazione amlodipina ed eventualmente lACE-inibitore
perindopril, oppure una terapia più tradizionale, a base di un betabloccante (atenololo)
e diuretico (tiazidico).
In
aggiunta, più della metà dei pazienti con una colesterolemia totale normale o solo di
poco sopra i limiti della norma era anche trattata con un farmaco ipolipemizzante,
atorvastatina, o con placebo nel corso di una fase parallela dello studio, già concluso
nel 2002, al fine di valutare gli effetti aggiuntivi della terapia con statine
nellipertensione.
I
risultati finali del trial ASCOT, che è stato condotto nel Regno Unito, in Irlanda e nei
Paesi Scandinavi, hanno dimostrato che rispetto alle vecchie terapie luso di
antiipertensivi moderni come i calcio antagonisti riduce il rischio di ictus di circa il
25%, il rischio coronarico di circa il 15%, il rischio di decesso cardiovascolare di circa
il 25%, oltre a diminuire linsorgenza di nuovi casi di diabete del 30%.
E
il fatto che i risultati osservati nellASCOT con amlodipina siano stati marcatamente
favorevoli è dimostrato dalla decisione presa dallo Steering Committee di
interrompere anticipatamente il trial alla fine del 2004. Così facendo sono state
recepite le raccomandazioni del Data Safety Monitoring Board che nel corso del
follow-up ha rilevato che i pazienti trattati con atenololo/tiazidico erano sempre più
svantaggiati rispetto ai pazienti trattati con amlodipina e perindopril.
IL
TRIAL ASCOT- FARMACOECONOMIA
E quanto emerso dallo
studio di farmacoeconomia condotto dai ricercatori del trial ASCOT-BPLA, i cui risultati
sono stati anticipati il 4 ottobre 2007 sulla versione online di Heart.
Obiettivo dello studio è
stato quello di effettuare una comparazione in chiave economica tra trattamenti
antiipertensivi diversi nellambito dell
Anglo-Scandinavian Cardiac Outcomes Trial,
ricerca condotta in Gran Bretagna e Svezia.
Lanalisi
è stata condotta impiegando un modello di Markov per valutare i costi a lungo termini e i
benefici sanitari delle diverse terapie antiipertensive. In particolare sono stati
valutati i costi per ogni evento cardiovascolare e
per ogni procedura evitata e il costo per anno di vita guadagnato.
In Gran Bretagna, il costo
per evitare un evento cardiovascolare o una procedura è risultato pari a 18.965 euro, e
il costo di ciascun anno di vita guadagnato è stato 21.875 euro.
In Svezia, il costo per
evitare un evento cardiovascolare o una procedura è risultato pari a 13.210 euro, e il
costo di ciascun anno di vita guadagnato è stato 16.856 euro.
In base a questi risultati, i
ricercatori anglo-svedesi hanno concluso che un regime a base di amlodipina è più
vantaggioso anche dal punto di vista economico rispetto a un regime a base di atenololo e
hanno infine osservato che i costi associati alla terapia con amlodipina soddisfano i
parametri stabiliti in Gran Bretagna dalle linee guida NICE e in Svezia dal National Board of Health and Welfare's Guidelines for
Cardiac Care.
Ipertensione
& terapia alfa-bloccante,
Anche se molte
linee guida dellipertensione arteriosa raccomandano luso degli alfa-bloccanti
nelle terapie di combinazione, i dati a supporto di tale indicazione sono stati a lungo
non conclusivi. E quanto affermato
da Peter Sever,
dellImperial College, Londra, Regno Unito, responsabile del trial
ASCOT. Questa premessa spiega
perché siano tanto importanti sottolinea Sever i risultati emersi dalla
ulteriore analisi del braccio pressorio del trial ASCOT.
Lanalisi statistica ha infatti
evidenziato che quando la pressione arteriosa non è controllata dal trattamento in atto
laggiunta di doxazosina è altamente efficace in terza battuta ed esercita un
effetto benefico, piccolo ma statisticamente significativo, sul quadro lipidico.
NellASCOT-BPLA ha
premesso Neil Chapman, del St. Mary's
Hospital, di Londra, Regno Unito, se la pressione arteriosa non veniva ridotto ai
valori target con limpiego di due
farmaci oppure il trattamento era compromesso dallinsorgenza di effetti collaterali,
poteva essere aggiunta doxazosina a dosi comprese tra 4 e 8 mg al giorno.
Complessivamente sono stati trattati con doxazosina 10.069
pazienti (80% uomini e con età media di 62,6 anni) nei quali il farmaco è stato aggiunto
dopo una media di 1,28 anni dal momento della randomizzazione. La durata mediana di uso
ininterrotto di doxazosina è stata di 1,01 anni. Le dosi medi iniziali e finali di
doxazosina sono stati rispettivamente pari a 4,1 mg al dì e a 7,0 mg al dì.
Il valore medio di pressione arteriosa sistolica ha
affermato Chapman si è ridotto in modo statisticamente significativo di
Degno di nota è sicuramente il fatto che nello studio sono stati
registrati effetti benefici sui valori di colesterolo totale, colesterolo LDL, colesterolo
HDL e trigliceridi, tutti apparsi ridotti in modo statisticamente significativo
(P<0.0001) dopo terapia con doxazosina.
Lincidenza di eventi collaterali tra tutti i pazienti
trattati con doxazosina è stata del 25,1%.
Tra i pazienti che hanno interrotto la terapia con
doxazosina ha specificato Chapman i sintomi più frequentemente riportati sono
stati vertigine (20,7%), astenia (14,8%), cefalea (8,9%) ed edema (8,1%).
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